Un gioco per l’International Education Week

Ho scoperto che la prossima settimana si festeggerà l’International Education Week. Come mamma e come insegnante, vorrei partecipare ai festeggiamenti con questa bellissima Homework Challenge proposta dal British Council.

international_education_week_homework_challenge_02Nel poster, che potete scaricare cliccando qui, ci sono proposte di semplici attività da svolgere con bimbi e ragazzi di ogni età che invitano ad “assaggiare” una seconda lingua (e magari una terza, una quarta…).

Per i nostri figli bilingui, può essere un modo per scoprire altre lingue. In generale, i bambini che parlano più di una lingua sono consapevoli della differenza tra conoscere alcune parole in una lingua e saper parlare una lingua. Questa Homework Challenge invita proprio a esplorare nuove lingue, non quelle che si parlano, non quelle che si imparano a scuola, magari quelle che ci incuriosiscono o che usano caratteri alfabetici diversi dal nostro o che vengono parlate da qualcuno che conosciamo.

Spero anche voi accoglierete la sfida ed esplorerete nuove lingue con i vostri piccoli scrittori.

Trovate informazioni su altre attività sul sito del British Council.

Il Fattore Ics

Mano a mano che i figli crescono, si insinua un nuovo interessante aspetto del bilinguismo: la traduzione.

Fino a che sono molto piccoli, nessuno si preoccupa di capire o sapere cosa esattamente vuol dire una parola o un’espressione: la si sente utilizzare in contesti diversi fino a quando se ne coglie il significato e la si riutilizza.

Adesso però, capitano occasioni in cui ci si chiede (e vale per noi adulti per espressioni in inglese o per gli scrittori con espressioni italiane): ma cosa vuol dire esattamente?

E così gli scrittori una sera davanti alla televisione, hanno iniziato a giocare con le parole. Ebbene sì, stavano guardando

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il Fattore Ics, appunto!

Insomma, si sono inventati una danza a braccia incrociate canticchiando fattore ics…e…non contenti hanno proseguito traducendo una serie di spot pubblicitari che trascriverò qui di seguito per la curiosità dei lettori australiani:

Vai! Arvei vai! (perché sarebbe Harvey, ma quando mi hanno visto prendere appunti hanno precisato che avrei dovuto scrivere arvei ;o)

Maurice NeroBruciato (pare sia una firma di avvocati del lavoro, Blackburn!)

Ehi tu, non dimenticarti il sisol! (Seasol)

È difficile nascondere….quando si è felici dentro (uno yogurt?)

Tradurre come atto di consapevolezza linguistica

Allora, io non so se siamo arrivati a una chiara consapevolezza linguistica e una padronanza della lingua che consenta una traduzione, letterale per ora, di parole e concetti….però ci stiamo sicuramente avviando in quella direzione.

Tradurre per giocare con le parole, con i significati, con i suoni. Tradurre per padroneggiare meglio vocaboli e strutture. Tradurre per far ridere. Questo sicuramente è stato lo scopo prioritario di questo nuovo gioco linguistico.

Allo stadio

Post culturale

Passare la domenica pomeriggio allo stadio non è mai stata una delle mie più grandi aspirazioni. Eppure domenica, abbiamo passato un bellissimo, tranquillo e rilassante pomeriggio allo stadio (tutte parole che non avrei mai creduto potessero andare d’accordo fra loro, soprattutto stadio e rilassante ;o).

La finale della VFL ha visto protagonista la squadra del nostro quartiere e non ci siamo lasciati sfuggire l’occasione: per di più i Seagulls hanno (ab)battuto gli Hawks guadagnandosi la coppa che non conquistavano dal 2003.

Adesso traduco per i lettori non australiani.

VFL: Victorian Football Leage. Sarebbe la versione non professionista della AFL (Australian Football League) la cui Gran Final si  giocherà sabato. Da quest’anno il venerdì che precede la Gran Final sarà Public Holiday. Sì, avete sentito bene. Se in Italia la maggior parte delle feste sono religiose, in Australia sono sportive: Melbourne Cup e Gran Final’s Eve.

Football Australiano: ne avevo già parlato qui. Il football australiano si differenzia dagli altri tipi di football giocati nel resto del mondo. Si gioca solo qui e tutti, ma proprio tutti, ne vanno matti. Come il calcio da noi.

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Stadio: è un posto dove trascorrere un pomeriggio con la famiglia. Dietro di noi c’era un neonato di poche settimane con i nonni e i genitori. Tantissimi i bambini più piccoli di 5 anni, tutti con la loro palla da football sotto il braccio. Nelle pause, i bambini passeggiano per i corridoi, mangiano un gelato o un hot dog. Poi per la finale della VFL (ma solo in questa occasione) al termine della partita si può entrare in campo e calciare la propria palla da footy. E così ha fatto la famiglia macomefa.

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Ci sono aree per disabili. I tifosi di una o dell’altra squadra sono seduti uno a fianco all’altro. Qualcuno strilla o esagera con le birre, ma in generale il clima è rilassato e molto molto sportivo.

In attesa della Gran Final…

 

Tipo

Nei giorni scorsi io, lo scrittore e la scrittrice grande abbiamo avuto alcune piacevoli conversazioni sull’evoluzione della lingua. Certe volte, alcune delle conversazioni interessanti che abbiamo, partono un po’ per caso, mentre parliamo di tutt’altro.

Esse e plurali

Una prima parte della conversazione si è svolta in macchina tra me e lo scrittore mentre andavamo alla pescheria. Mentre chiacchieravamo del più e del meno, lo scrittore mi dice che una cosa lo infastidisce…il fatto che a scuola tutti (compresa la maestra) pensino che il plurale di spaghetti sia spaghettis. Vero, dico io, tu sei fortunato a sapere che non è così in italiano. Ma sai, la lingua si evolve e si adatta a secondo dell’uso che le persone ne fanno. Infatti in italiano anche noi trattiamo le parole inglesi come fossero italiane. Ad esempio le parole che riguardano l’informatica e sono entrate nell’uso comune come computer o file rimangono invariate al plurale…il computer/i computer, il file/i file. Insomma, lo sai benissimo che queste esse non ci entrano proprio in testa e che io e papà sbagliamo spesso ad usarle … (risata)… Puoi così dire che il plurale di computer e computers, ma se gli italiani nella lingua parlata non lo usano, alla fine la grammatica si adegua.

Funziona proprio cosi, la lingua parlata modifica le regole della grammatica e sul lungo periodo, la vince sulle regole stesse, le modifica e in questo modo consente alla lingua di evolversi.

Like…

Il giorno successivo esce un secondo tema linguistico. Spesso i ragazzi australiani, parlando fra di loro, ripetono continuamente la parola like…she was like, I was like, it’s like…a volte alcuni insegnanti dicono ai bambini di stare attenti a non usare spesso like, almeno così stava spiegando la scrittrice grande, di come Mr. Pierce li avesse richiamati in classe e un bambino abbia continuato con: “Ok Mr. Pierce, but…like…” e tutti fossero scoppiati a ridere in classe. Allora io ho spiegato che anche in italiano esistono espressioni simili. I nostri ragazzi ripetono spesso la parola tipo. Certo, dicono loro, ce lo ricordiamo benissimo in Italia che la maestra in classe li sgridava! Quando io ero piccola, nessuno diceva tipo, tutti dicevamo come al suo posto. Però usavamo spessissimo l’espressione cioè. Ecco un altro esempio di evoluzione della lingua!

Tipo…

Insomma mi fermo qui: queste sono il tipo di conversazioni che mi illuminano, quando scattano nella nostra vita di tutti i giorni. Se prima il nostro lavorare sull’italiano era più orientato a migliorare il vocabolario, a correggere le espressioni strane, a utilizzare tempi dei verbi più appropriati (tutte cose che accadono ancora), ora ci capita di ragionare in modo più profondo sulla lingua e le sue connessioni con quello che accade nella vita reale. E devo ammettere che dopo nove anni lontani dall’Italia, non sono più molto sicura di come si sia evoluta la lingua parlata. Certo è che quando andiamo in Italia, anche solo per qualche settimana, ricomincio ad utilizzare alcune espressioni che poi vanno nel dimenticatoio e ricompaiono solo al viaggio successivo. Tipo…